L’IDENTITA’ SESSUALE: QUESTA SCONOSCIUTA!

Nelle ultime settimane sicuramente chiunque di voi si è imbattuto in qualche articolo relativo alle dichiarazioni della pop star americana Demi Lovato circa la sua identità ”non binaria”. Mi sono chiesta se tutti i lettori abbiano capito il senso di questa affermazione andando oltre un atteggiamento pregiudizievole, e così mi sono riproposta di spiegare brevemente, per chi fosse interessato, cos’è l’identità sessuale, per meglio aiutarvi a comprenderne le diverse sfaccettature.

Per IDENTITA’ SESSUALE si intende la dimensione soggettiva e del tutto personale del proprio essere sessuato; non è predefinita, come magari abbiamo da sempre creduto che sia, ma si costruisce nel tempo attraverso un complesso processo interattivo nel corso del quale si intrecciano –  in maniera imprevedibile –  aspetti biologici, psicologici, socioculturali ed educativi.

Essa è composta da: sesso biologico, identità di genere, espressione di genere e orientamento sessuale.

– IL SESSO BIOLOGICO è dato dal nostro patrimonio genetico, dagli organi genitali e dal nostro quadro ormonale; in base a tali elementi alla nascita ci viene assegnato dalla società il sesso maschile o femminile.

– L’IDENTITA’ DI GENERE è il sentimento individuale di appartenere ad un genere. In molti paesi, purtroppo, c’è l’errato presupposto socio-culturale che: 1. il genere sia dicotomico (maschile o femminile) 2. Ci sia una “automatica coincidenza” dell’identità di genere con il sesso biologico.

Nelle persone TGNC (Transgender and Gender Non conforming), l’identità di genere non corrisponde al sesso assegnato alla nascita ma travalica le definite categorie di genere sconfinando oltre il ”binarismo” imposto dalla società.  

Appartengono a questo gruppo:

i transessuali MtF (male to female) o FtM (female to male), o, come vengono chiamati più correntemente, AMAB (Assigned Male at Birth) e AFAB (Assigned Female at Birth) (assegnato/a maschio/femmina alla nascita), che necessitano di sottoporsi a terapie ormonali e/o chirurgiche per femminilizzare o mascolinizzare il proprio corpo; –  i cross-dressers, che usano indossare abiti del sesso opposto a quello loro assegnato;  –  i transgender che vivono a tempo pieno nel genere di identificazione, prendono o meno ormoni, ma non avvertono il bisogno di sottoporsi ad alcun intervento demolitivo_ricostruttivo di Riaffermazione Chirurgica di Genere (RCG); –  i bigender, non binary/gender queer che si identificano sia con il genere maschile che con quello femminile o che non si riconoscono in nessuno dei due generi; – le drag queens e drag kings, che indossano abiti del sesso opposto a quello loro assegnato, adottando atteggiamenti iperfemminili o ipermaschili. Più recentemente, per indicare queste identità fluide si utilizza il termine GENDER VARIANCE, ovvero varianza di genere.

– L’ESPRESSIONE DI GENERE è la manifestazione pubblica della propria identità di genere e spesso viene sottoposta a stigmatizzazioni se non va ad uniformarsi alle regole sociali.

– L’ORIENTAMENTO SESSUALE è invece l’attrazione sessuale e/o emotiva di una persona verso un’altra, la direzione della propria sessualità e affettività che può essere orientata verso il sesso opposto (eterosessualità), verso il proprio sesso (omosessualità), verso entrambi i sessi (bisessualità) o verso nessun sesso (in questo caso si può parlare di asessualità o pansessualità).

Nella società occidentale, di stampo eteronormativo, ad oggi, l’essere transgender è percepito principalmente come una forma di trasgressione pericolosa, una “anormalità” anziché una atipicità.

Tale pregiudizio non consente una visione più ampia pensata in termini di “ricchezza”, che invece potrebbe aiutare a comprendere la sofferenza, i sacrifici, le difficoltà, le frustrazioni, il dolore sia fisico che psichico che i TGNC devono affrontare spesso come conseguenza più del contesto sociale che li circonda, che della loro condizione in sé.

Autore: Rosalba Avilia

Oltre i confini dello stress: il BURNOUT o “sindrome da esaurimento psico-fisico”.

Il BURNOUT è uno stato di esaurimento emotivo, mentale e spesso fisico causato da uno stress eccessivo e prolungato; è un tunnel in cui, senza accorgersene, ci si entra gradualmente per ritrovarsi intrappolati. All’inizio, i primi segnali e sintomi sono impercettibili, ma, se con il passare del tempo, si continua ad ignorarli, si insinuano sempre più nella nostra mente fino a prenderne il controllo: ci si sente sopraffatti, apatici, insoddisfatti, impotenti , disillusi, disinteressati, sconfitti, demotivati, privi di energie, non stimati, disperati, distaccati dal resto del mondo, emotivamente svuotati come se non si avesse più niente da dare, alimentando soltanto prospettive sempre più ciniche e negative . Mentre in situazioni di stress, quando si avvertono determinati campanelli di allarme, l’individuo “affaticato” si rende conto che sta per annegare nelle sue eccessive responsabilità e si convince che tenendo sotto controllo la situazione c’è speranza di poterne uscire, nel burnout si è andati oltre il confine dello stress perché ci si ritrova direttamente “prosciugati”.

Il più delle volte è alimentato da problemi sul lavoro, in particolar modo per le figure “Help profession” e per tutti coloro il cui luogo di lavoro in generale prevede un alto contatto personale (es.: infermieri, psicologi, medici, insegnanti, avvocati,) ma può manifestarsi anche in altri ambiti della vita, come la genitorialità o la cura (es.: familiari di malati cronici e lungodegenti assistiti a domicilio).

I sintomi e le conseguenze del Burnout si riversano sul piano: •Organico (cefalea, mal di stomaco, stanchezza, tensione muscolare, tachicardia); •Psicologico (ad esempio possibilità di sviluppare depressione, stati d’ansia, disturbi alimentari, disturbi del sonno, abuso di alcool o droghe); •Sociale (irritabilità, aggressività e isolamento).

ATTENZIONE! Il burnout non è alimentato esclusivamente da un lavoro stressante o dalle troppe responsabilità nella propria vita privata/lavorativa; intervengono anche cause endogene, che dipendono esclusivamente da NOI e sulle quali possiamo intervenire:

Lo stile di vita: •Lavoriamo troppo, senza trovare il giusto tempo per socializzare o rilassarci. •Non abbiamo relazioni intime e di supporto. •Ci assumiamo troppe responsabilità, senza chiedere/ricevere aiuto

I tratti della nostra personalità: Tendenze perfezionistiche: niente è buono abbastanza! •Visione pessimistica di noi stessi e del mondo. •Necessità di avere il controllo; riluttanza a delegare ad altri.

Come uscire dal Burnout ? 1.CONSAPEVOLEZZA. Essere consapevoli di ritrovarsi in una condizione di esaurimento dalla quale dobbiamo assolutamente uscire 2.COPING. Cercare aiuto psicologico e mettere in atto strategie per gestire lo stress. 3.RESILIENZA. Costruire la nostra resilienza al burnout prendendoci più cura della salute fisica ed emotiva e ritrovando energia, concentrazione e senso di benessere.

In conclusione: Non bisogna avere paura di essere considerati un peso quando cerchiamo aiuto negli altri (partner, famiglia, amici…) anzi, il rapporto si rinforzerà per la fiducia riposta e il condividere i nostri problemi potrebbe inoltre rivelarsi una fonte di aiuto anche per chi ci ascolta, coinvolto magari in una situazione simile. Dal punto di vista lavorativo, naturalmente, cambiare lavoro il più delle volte non è una soluzione pratica, però possiamo cambiare l’atteggiamento che abbiamo nei confronti del lavoro: – concentriamoci su come il nostro ruolo aiuta gli altri, ad esempio, o fornisce un prodotto o servizio tanto necessario; concentriamoci sugli aspetti che ci piacciono, se possibile stringiamo amicizia coi colleghi e, soprattutto, stabiliamo dei confini, imparando a dire “no” alle richieste pervenute oltre le nostre energie e l’ orario lavorativo e, appena mettiamo piede fuori l’ufficio, spegniamo telefoni/pc per disconnetterci totalmente e dedicare il giusto tempo. Troviamo un equilibrio nella nostra vita: – cerchiamo interesse e motivazione anche nella famiglia/ negli amici/ nel volontariato, nutriamo il nostro lato creativo provando qualcosa di nuovo o riprendendo un hobby preferito, concentriamoci sugli aspetti della vita che ci portano gioia, riflettiamo sulle cose e persone importanti che stavamo sicuramente trascurando e riprendiamoci cura di loro e di noi stessi a livello mentale e fisico.

Il burnout è un segno innegabile che qualcosa di importante nella nostra vita non funziona: rallentiamo, rimoduliamo la prospettiva dalla quale guardiamo i nostri problemi e diamoci tempo per riposare, riflettere e guarire. Se non ci riusciamo da soli, chiediamo aiuto ad un professionista.

Autore: Rosalba Avilia

HAI PAURA DI VIAGGIARE? Scopriamo insieme cos’è l’ODOFOBIA. Cause, sintomi e soluzioni.

Se alcune persone soffrono della sindrome di Wanderlust, comunemente chiamata la “malattia del viaggiatore” che consiste nell’irrefrenabile desiderio/ossessione di esplorare il mondo, ce ne sono altre che, al contrario, provano una paura eccessiva e irrazionale di viaggiare. Stiamo parlando della “ODOFOBIA”, che tende a svilupparsi durante l'età adulta e non deve essere confusa con l'avversione al viaggio.
CHI SOFFRE DI ODOFOBIA PERCEPISCE IL VIAGGIARE COME UN’ESPERIENZA PERICOLOSA, PROVA ANSIA E  PAURA INTENSE E PERSISTENTI OGNI QUAL VOLTA PENSA AL VIAGGIO E / O DURANTE IL VIAGGIO.  
Può manifestare sintomi cognitivi, come stato confusionale e blocco mentale, e sintomi fisici, quali: aumento della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna, vertigini, rossore al viso, sudorazione, diarrea, nausea, bocca asciutta, debolezza muscolare e tensione, perdita di appetito, brividi o vampate di calore, respirazione difficoltosa, tremore, sensazione di perdere il controllo o di stare sul punto di morire. Nei casi più gravi, attacchi di panico. 
I pensieri e le emozioni più ricorrenti, vissuti in maniera diversa a seconda dell’individuo, sono: 
- non voler viaggiare da soli;
- provare un'intensa paura di essere separato dai cari o dai colleghi quando si viaggia in gruppo;
- paura di prendere aereo, autobus, treno, nave o qualsiasi altro mezzo di trasporto che possa portare lontano da casa;
- essere ossessionati dall’idea che possa accadere qualcosa di terribile durante il viaggio;
- provare angoscia all’idea di abbandonare la propria comfort zone.        
“Attenzione: nell’odofobia, LA PAURA È DEL VIAGGIO STESSO! … NON degli spazi chiusi, dei mezzi di trasporto, di allontanarsi dalla propria casa o di confrontarsi/socializzare con ambienti e persone sconosciute”.

PROBABILI CAUSE:
- Frequente è l’origine di natura traumatica, ovvero deriva da un'esperienza passata negativa con i viaggi.
- In altri casi non c’è un evento specifico scatenante, ma entrano in gioco elementi di varia natura (genetici, familiari, ambientali o dello sviluppo).
- Ulteriore fattore da prendere in considerazione è la bassa autostima. Spesso le persone hanno paura di viaggiare perché non ritengono di potersela cavare in situazioni impreviste. La scarsa autostima porta a svalutare se stessi in situazioni che con molta probabilità invece riusciremmo a superare.

COME SUPERARE LA NOSTRA PAURA DI VIAGGIARE?
1. Primo passo è cercare dentro se stessi quali possano essere le motivazioni di questa fobia. 
  • 2. A livello cognitivo, è necessario contrastare e superare le idee catastrofiche tipiche dei soggetti affetti da odofobia. Come?
- CONFRONTARSI CON GLI ALTRI: Può risultare confortante leggere dei blog di viaggio per conoscere le tante bellissime esperienze vissute da milioni di persone o entrare a far parte di gruppi di travellers in cui c’è un continuo scambio di idee/opinioni/esperienze in modo da rendersi conto quante siano le “reali” catastrofi accadute ad ogni viaggiatore e, nel caso, come siano stati in grado di affrontarle;

– PIANIFICARE: Può essere utile imparare a pianificare il più possibile il viaggio, almeno per superare le prime paure, e valutare anticipatamente un “piano b” in caso qualcosa possa andare storto (esempio: come si arriva dall’aereoporto in albergo in caso non dovesse funzionare la metro o  dovessi perdere la corsa? Si può prendere l’autobus, in che orari? Stazione dei Taxi? Costi?)

– ANTICIPARE SOLUZIONI PRATICHE ALLE EMERGENZE: visto che chi soffre di odofobia immagina situazioni catastrofiche, può risultare utile pensare alle cose che più preoccupano e trovare in anticipo soluzioni pratiche (esempio: fare una buona assicurazione di viaggi, in caso di malattia/incidente; segnare i numeri locali e non da chiamare in caso ci si perda; segnare il numero verde della banca a cui chiamare in caso di smarrimento del proprio bancomat…)

3. A livello comportamentale, bisogna esporsi gradualmente allo stimolo fobico che ci provoca l’ansia (in questo caso il VIAGGIARE) affinché si possa imparare a gestire le proprie emozioni e i pensieri. Come? Detto in parole semplici, si deve cominciare a viaggiare a piccoli passi, magari inizialmente non allontanandosi dalla propria città, facendo passeggiate fuori porta con rientro previsto a fine giornata, unendosi a gruppi organizzati, per man mano lasciarsi andare in avventure sempre più impegnative, cantando come  Patty Pravo : “Tutto il mondo è casa mia!” (Zambrini-Jurgens,1977).

Autore: Rosalba Avilia

Dal guardarsi negli occhi al guardare lo smartphone: il PHUBBING

Un tempo, quando ci si trovava in fila nella sala d’attesa del medico, sui mezzi pubblici, sulle panchine in strada, si chiacchierava spontaneamente con gli estranei seduti accanto a noi; negli ultimi decenni, invece, gli sguardi di tutti, anche dei meno giovani, sono incollati sugli smartphone e si resta in un silenzio alienante, perfino quando si è in compagnia dei nostri stessi amici o familiari.

Questo fenomeno sociale dal 2012 si chiama PHUBBING (nato dalla fusione di “phone” + “snubbing”) e rappresenta l’atto di snobbare qualcuno presente davanti a sé in un contesto sociale per concentrarsi sul proprio smartphone.

Il phubbing interrompe la capacità di essere presente e interagire con le persone intorno a noi: il phubber sospende improvvisamente la conversazione, distogliendo sguardo e postura dall’interlocutore e concentrandosi sul proprio telefono/tablet. Tale comportamento, anche se socialmente giustificato in quanto “comune”, viene in realtà percepito come scortese, sprezzante, una vera e propria forma di esclusione sociale indotta da smartphone.  Di conseguenza, colui che viene ignorato (il phubee), sentendosi trascurato, rifiutato, escluso, non rispettato e non importante, tende spesso a far finta di acconsentire questo modo di fare, ma per riempire il vuoto lasciato dal suo partner comunicativo ricorre a sua volta a rifugiarsi nello smartphone: si innesca così un circolo vizioso di “phubbing reciproco“.

Fra i primi psicologi a studiare questo fenomeno, Chotpitayasunondh e Douglas nel 2018 lo hanno ricondotto alla dipendenza da smartphone (che a sua volta è causata dalla FOMO, fear of missing out, ovvero la paura e l’ansia di esser esclusi dai social o da chi sta facendo qualcosa di più interessante di quello che stiamo facendo noi) e alla mancanza di autocontrollo, tipica delle dipendenze. In realtà, però, più in generale il phubbing è la conseguenza del fatto che lo smartphone è diventato uno dei tanti modi con cui si cerca di riempire la propria vita, partendo da una realtà non pienamente soddisfacente, …infatti se si sta facendo qualcosa di estremamente interessante, piacevole e coinvolgente non si sente la voglia di utilizzarlo.

La parola “PHUBBING” potrebbe non appartenere al tuo vocabolario quotidiano, ma l’azione probabilmente lo è.   Tu sei un phubber? Scopriamolo insieme:

La prova n. 1 che sei colpevole di phubbing è nella tua mano: il tuo telefono. Se è sempre con te perché hai paura di perdere una chiamata, un messaggio o un aggiornamento di stato, sei un phubber.

– Tieni due conversazioni contemporaneamente, sul telefono e di persona (e probabilmente non stai facendo nessuna delle due con successo!), ascolti e rispondi al tuo interlocutore guardando il telefono, ti assenti con pause e silenzi per controllare le notifiche, utilizzi il telefono per comunicare, mostrando foto, video o chat, e inoltre lo controlli, anche se non suona o vibra.

– Porti il telefono a cena o in altri contesti sociali, tenendolo sempre a portata di mano o in vista. Alcuni studi (Przybylski e Weinstein, 2013) hanno scoperto che la semplice presenza (visibile) di un cellulare sul tavolo può ridurre la percezione di connessione, vicinanza, fiducia e qualità della conversazione tra due persone.

– Ovviamente, neghi che tutto ciò avvenga!

Come fermare il phubbing?

1. Evita il telefono durante i pasti/aperitivi/incontri

Quando sei a tavola con qualcuno o ad una festa, metti via il telefono. Se un ronzio distante di notifiche continua a distrarti, imposta il telefono in modalità “silenziosa”. Concediti quel tempo per interagire unicamente con le persone di fronte a te. All’inizio può sembrare forzato, ma presto ti sentirai più a tuo agio in una conversazione vis à vis.

2. Lascia il telefono alle spalle e sfida te stesso

Potresti sentirti come se avessi perso una parte di te, ma non aver paura di mettere il telefono in macchina, nel cassetto della scrivania o nella borsa e lasciarlo lì. Qualunque avviso o aggiornamento arrivi, aspetterà. Rendi l’ignorare il telefono una sfida. 

3. Sii un buon esempio anche per gli altri, sbarazzati dello smartphone quando sei in compagnia, non incoraggiare l’altro a mostrarti qualcosa sul telefono durante una conversazione, dimentica che esiste.

In sintesi, non è necessario smettere di usare il telefono per evitare il phubbing ma essere consapevoli del proprio comportamento e sviluppare abitudini migliori. Si tratta di un problema di impulso, è un comportamento appreso che col tempo può scomparire, quindi occorre essere pazienti e fermi sul nostro obiettivo, e comprensivi se stiamo aiutando a far smettere qualcun altro!

Inoltre, non dobbiamo dimenticarci dell’importanza di vivere nel presente, nel qui e ora che non si ripeterà mai più. Non possiamo perdere l’occasione di condividere a pieno il tempo con le persone che abbiamo davanti a noi, guardandole negli occhi, parlando e dedicando loro tutte le nostre attenzioni!

Concludendo, lo smartphone consente una comunicazione su scala globale, in grado di connettere e avvicinare milioni di persone, ma, se utilizzato in modo improprio – per esempio facendo  “phubbing”! – comporta, nel contempo, un deterioramento delle interazioni sociali ed un impoverimento intellettuale ed emotivo, portandoci a perdere il controllo della nostra vita sociale. Escludere l’altro dal nostro mondo interiore ci porterà a logorare le relazioni e poi a perderle. Perciò anziché rifugiarci nel telefono e non vivere a pieno il nostro contesto, proviamo ad ascoltare il disagio e il vuoto che stiamo vivendo. Accettare la realtà è il primo passo per affrontarla.

Autore: Rosalba Avilia

Emotional Eating: “la fame emotiva”

Ogni qualvolta non mangiamo per soddisfare la fame fisica, bensì per consumare particolari tipologie di cibo (il cosiddetto “cibo spazzatura” o comunque malsano a causa del bassissimo valore nutrizionale ed all’elevato contenuto di grassi o zuccheri) allo scopo di regolare il nostro stato emotivo, stiamo praticando Emotional Eating.

Sfortunatamente, l’emotional eating non risolve i nostri problemi emotivi anzi di solito ci fa sentire peggio perché dopo, non solo rimane il problema emotivo originale, ma ci si sente anche in colpa per l’eccesso di cibo assunto!

Cos’è il ciclo alimentare emotivo?

Occasionalmente usare il cibo come stimolante, ricompensa o per festeggiare non è necessariamente un comportamento negativo. Ma quando mangiare è il proprio principale meccanismo di coping emotivo – quando il nostro primo impulso è quello di aprire il frigorifero ogni volta che siamo stressati, turbati, arrabbiati, soli, esausti o annoiati – si resta bloccati in un ciclo malsano in cui il vero sentimento o problema non viene mai affrontato.

Si entra inconsapevolmente in un tunnel mentale senza via di uscita, in cui non si riesce più ad affrontare le emozioni in modo sano, è sempre più difficile controllare il proprio peso e ci si sente sempre più impotenti sia sul cibo che verso i propri sentimenti. 

Come si fa a capire che stiamo provando fame emotiva?

Per poterci liberare dal ciclo dell’emotional eating, occorre innanzitutto imparare a distinguere la fame emotiva dalla fame fisica. 

La fame emotiva si manifesta all’improvviso. Colpisce in un istante e diventa un bisogno opprimente e urgente. La fame fisica, invece, si manifesta più gradualmente e non richiede una soddisfazione immediata (a meno che la persona non sia a digiuno da molto tempo).

La fame emotiva brama cibi di conforto specifici. Quando si è fisicamente affamati, quasi tutto va bene, comprese le cose salutari come le verdure. La fame emotiva invece brama cibo spazzatura o snack zuccherati che forniscono un appagamento istantaneo e specifico, cioè ci si sente come se si avesse  bisogno di  cheesecake (per esempio), E NIENT’ALTRO ANDRÀ BENE!

La fame emotiva spesso porta a mangiare senza consapevolezza. Prima che ce ne siamo accorti, abbiamo mangiato un’intera busta di patatine o un’intera vaschetta di gelato senza prestare attenzione o godercela appieno. Quando mangiamo in risposta alla fame fisica in genere si è più consapevoli di ciò che stiamo facendo.

La fame emotiva non è soddisfatta una volta che siamo pieni.  Continuiamo a desiderare sempre di più, spesso mangiando fino a quando non siamo disgustati. La fame fisica, invece termina una volta che lo stomaco è pieno.

La fame emotiva non si trova nello stomaco.  Piuttosto che una pancia ringhiante o una fitta allo stomaco, sentiamo la fame come un desiderio che non riusciamo a toglierci dalla testa, concentrandoci su gusti, odori specifici….

La fame emotiva spesso porta a rimpianti, sensi di colpa o vergogna.  Quando mangiamo per soddisfare la fame fisica, è improbabile che ci sentiamo in colpa o ci vergogniamo perché stiamo semplicemente dando al corpo ciò di cui ha bisogno. Se ci si sente in colpa dopo aver mangiato, è probabile che siamo consapevoli che non stiamo mangiando per motivi nutrizionali.

Quali sono i fattori scatenanti dell’alimentazione emotiva?

Fatica.  Quando lo stress è cronico, come spesso accade nel nostro mondo caotico e frenetico, il corpo produce alti livelli di cortisolo (l’ormone dello stress) che scatena il desiderio di cibi salati, dolci e fritti, che danno una sferzata di energia e piacere. Maggiore è lo stress incontrollato nella propria vita , più è probabile rivolgersi al cibo per trovare sollievo emotivo.

Ripieno di emozioni. Mangiare può essere un modo per mettere temporaneamente a tacere o “soffocare” le emozioni spiacevoli, tra cui rabbia, paura, tristezza, ansia, solitudine, risentimento e vergogna. Mentre ci si riempie con il cibo, è possibile evitare le emozioni difficili che si preferirebbe non provare.

Noia o senso di vuoto. Ci sentiamo insoddisfatti e vuoti e il cibo è un modo per occupare la bocca e il tempo, ci riempie e distrae dai sentimenti sottostanti di mancanza di obiettivi e insoddisfazione per la propria vita.

Abitudini infantili. Ripensando ai ricordi d’infanzia del cibo, ricordiamo che i nostri genitori hanno premiato il buon comportamento con il gelato, ci hanno portato fuori a mangiare una pizza quando abbiamo avuto un buon voto o ci hanno regalato dei dolci quando ci sentivamo tristi? Queste abitudini possono spesso trasferirsi nell’età adulta. Oppure il nostro emotional eating potrebbe essere mosso dalla nostalgia, per i ricordi cari di hamburger alla griglia in giardino con nostro padre o di preparare e mangiare dolci con la mamma.

Influenze sociali. Stare insieme ad altre persone a pranzo/cena è un ottimo modo per alleviare lo stress, ma può anche trascinare a mangiare troppo. È facile esagerare semplicemente perché il cibo è lì o perché tutti gli altri stanno mangiando. Potremmo anche mangiare eccessivamente in situazioni sociali per nervosismo. O addirittura la nostra stessa famiglia o cerchia di amici ci incoraggia a mangiare tanto ed è più facile, assecondandoli, andare d’accordo con tutti.

Scriviamo un diario emotivo!

Uno dei modi migliori per identificare le cause che stanno dietro il nostro emotional eating è tenerne traccia con un diario del cibo e dell’umore. È importante prendersi un momento per capire cosa ha innescato la voglia. Pensando al passato, di solito si troverà un evento sconvolgente che ha dato il via al ciclo alimentare emotivo. Bisogna annotare tutto nel nostro diario del cibo e dell’umore: cosa abbiamo mangiato (o volevamo mangiare), cosa ci ha turbato, come ci sentivamo prima di mangiare, cosa sentivamo mentre stavamo mangiando e come ci siamo sentiti dopo.  

Nel tempo, vedremo emergere uno schema. Forse finiamo sempre per abbuffarci dopo aver passato del tempo con amici che ci criticano, o forse lo stress ci induce a mangiare ogni volta che abbiamo una scadenza o quando partecipiamo alle riunioni familiari. Una volta identificati i fattori scatenanti del mangiare emotivo, il passo successivo è identificare modi più sani per nutrire i propri sentimenti.

Come affrontare l’ emotional eating?

Quando è in corso un episodio di emotional eating, può risultare utile mettere in pratica le seguenti strategie:

Chiediti “ Puoi rimandare il pasto di cinque minuti?” Oppure inizia con un minuto. Non dire a te stesso che non puoi  cedere al desiderio; ricorda, il proibito è estremamente allettante. Dì a te stesso di aspettare.

– Mentre aspetti, controlla con te stesso. Come ti senti? Cosa sta succedendo emotivamente? Anche se finisci per mangiare, capirai meglio perché l’hai fatto. Questo può aiutarti a prepararti per una risposta diversa la prossima volta.

– Impara ad accettare i tuoi sentimenti, anche quelli negativi Anche se può sembrare che il problema principale sia che sei impotente sul cibo, il mangiare emotivo deriva in realtà dal sentirti impotente sulle tue emozioni. Non ti senti in grado di affrontare i tuoi sentimenti a testa alta, quindi li eviti con il cibo.Consentire a te stesso di provare emozioni a disagio può essere spaventoso. Potresti temere che, come il vaso di Pandora, una volta aperta la porta non sarai in grado di chiuderla. Ma la verità è che quando non ci ossessioniamo o sopprimiamo le nostre emozioni, anche i sentimenti più dolorosi e difficili si placano in tempi relativamente brevi e perdono il loro potere di controllare la nostra attenzione.Per fare questo devi diventare consapevole e imparare a rimanere connesso alla tua esperienza emotiva momento per momento. 

Concediti senza mangiare troppo assaporando il tuo cibo e pratica un’alimentazione consapevole. Rallentando e assaporando ogni boccone, non solo ti godrai di più il cibo, ma avrai anche meno probabilità di mangiare troppo. Scoprirai di apprezzarlo molto di più. Ci vuole tempo perché il segnale di pienezza del corpo raggiunga il tuo cervello, quindi dedicare qualche istante a considerare come ti senti dopo ogni morso, affamato o sazio, può aiutarti a evitare di mangiare troppo.  

Sostieniti con abitudini di vita sane.  L’esercizio fisico, il sonno e altre abitudini di vita salutari ti aiuteranno a superare i momenti difficili senza mangiare emotivamente.

Autore: Rosalba Avilia

I nemici di tutti sul web: gli Haters.

Negli ultimi decenni il rapido evolversi di internet e la conseguente nascita dei social media hanno rivoluzionato in modo radicale il nostro modo di comunicare, stravolgendo il concetto di interazione sociale. Le nuove tecnologie, infatti, favoriscono una comunicazione indiretta, mediata proprio dalle piattaforme social disponibili online che rappresentano un potente canale di comunicazione su scala globale, in grado di connettere e avvicinare milioni di persone.

Da una parte, numerosi ricercatori hanno sottolineato gli effetti benefici in termini di salute mentale, felicità, autostima e le modalità in cui questa globalizzazione comunicativa abbia influenzato positivamente la vita di comunità e il capitale sociale. Dall’altra parte i social media, e in particolare i social network, hanno involontariamente promosso l’insorgenza e la diffusione su larga scala di comportamenti negativi e distruttivi, definiti “aggressioni elettroniche” ovvero comportamenti aggressivi messi in atto attraverso l’uso mediato delle tecnologie.

Proprio in questo contesto socio-virtuale post-moderno nasce la figura dell’hater o troll, comunemente chiamato ‘’leone da tastiera’’. A differenza del cyberbullista che aggredisce in modo ripetuto e sistematico vittime prescelte (singoli individui o minoranze), l’hater non ha una vittima designata. Quest’ultimo, nascondendosi dietro lo schermo del suo pc o smartphone, quasi come fosse mosso da un fuoco interno, si sente in diritto di puntare il dito su qualsiasi situazione / persona non gli vada a genio e, senza remore, è disposto a dare il suo personale parere (non richiesto nella maggior parte dei casi) apparentemente senza uno scopo preciso se non quello di creare scompiglio e ottenere reazioni da altri utenti. Le sue opinioni spesso si rivelano non costruttive, anzi sono così colorite da sfociare in insulti e atti di aggressività.

Gli haters di presenza solitamente sono agnellini tranquilli, pronti talvolta anche a snobbare atteggiamenti prepotenti e bellicosi, ma nel web si manifestano in modo del tutto opposto. E’ difficile capire chi realmente si celi dietro a questa tipologia di profilo. Alcuni usano direttamente account personali, altri ne creano di falsi. Possono essere padri di famiglia, studenti universitari, ragazzini, casalinghe, professionisti, insomma una pluralità di ogni ordine e grado di tutti i ceti sociali, pronti a scatenare discussioni su discussioni, per il solo gusto di manifestare se stessi, in un moto di auto-gratificazione come se stessero su un palcoscenico dove chi legge sono gli spettatori che lo applaudono.

Chiunque può finire nel mirino di un hater, ma da un’indagine svolta nel 2016 dall’Osservatorio Vox delle università di Milano, Bari e Roma, le categorie più attaccate sono:

  • Le donne, con il 63%
  • La comunità lgbt+ (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, etc), con il 10,8%
  • I migranti, con il 10%
  • I diversamente abili, con il 6,4%
  • Gli ebrei, con il 2,2%

I contenuti più gettonati sono legati al sesso, violenza fisica e morte.

Analizzando il fenomeno da un punto di vista socio-psicologico, proviamo a chiederci cosa spinge questi personaggi ad adottare certi comportamenti quando entrano nel cyberspazio.

  1. Deresponsabilizzazione

Innanzitutto gli haters, nascondendosi a distanza dietro un monitor, si sentono meno responsabili di quello che dicono e fanno; inoltre, vengono favoriti dalla condizione di essere immersi nella massa (e quindi più stimolati e protetti). Gustave Le Bon, (1841 – 1931) antropologo, psicologo e sociologo francese, nel 1895 analizzava il ruolo delle masse così descrivendole: ‘’La massa crea un inconscio collettivo attraverso il quale l’individuo si sente deresponsabilizzato e viene privato dell’autocontrollo, ma che rende anche le folle tendenti alla conservazione e orientabili da fattori esterni, e in particolar modo dal prestigio dei singoli individui all’interno della massa stessa’’. Quindi, sentendosi forti in gruppo, gli haters danno voce ai pensieri che risiedono in loro.

2. Insicurezza

Così come i bulli della vita reale, sono in realtà soggetti estremamente problematici che hanno bisogno di sfogare la loro rabbia e frustrazione sugli altri. Inoltre possono essere spinti dalla paura, dalla gelosia, dall’insoddisfazione, dalla bassa autostima e, a volte, anche da qualche disturbo antisociale. L’insicurezza, però, sembra rappresentare l’elemento preponderante nel sentirsi parte di un gruppo, il ricevere like o commenti fomenta le gesta, diventando un piccolo riempimento allo smarrimento e alla solitudine che provano. Elementi come paura e gelosia, vengono ammortizzati da un fittizio senso di appartenenza con altri leoni da tastiera. Anche buttare fuori rabbia e frustrazione, ovviamente, trova uno sfogo nell’odio social. Questo, potrebbe essere legato al piacere di poter essere ascoltati da qualcuno, quando, magari, nella realtà nessuno è disposto ad ascoltarli, o quando certe cose risulterebbero troppo estreme da dire e costerebbero perdite sociali.

3. Tratti di personalità sadica

Non è da escludere che il comportamento aggressivo online sia anche legato ai tratti di personalità degli haters stessi. In uno studio del 2014, Buckels e colleghi hanno intervistato 1215 soggetti esaminando i loro profili di personalità e il loro stile comunicativo su internet. I ricercatori hanno trovato una correlazione positiva tra i tratti di personalità narcisista e machiavellica, tratti psicopatici, personalità antisociale e personalità sadica. In particolare, l’associazione più forte che è emersa da questo studio è quella tra l’utilizzo di commenti negativi, distruttivi e i tratti di personalità sadica. I comportamenti negativi online verrebbero quindi messi in atto per il puro piacere di farlo e il fenomeno andrebbe letto come una manifestazione quotidiana online dei tratti sadici che le persone tendono a non esprimere nella vita reale.

4. Effetto di disinibizione on line   

All’interno del web, le persone tendono a dire o fare cose in modo più aperto, disinibito e intenso rispetto a come le direbbero in un vis-à-vis. Questo fenomeno è stato definito effetto di disinibizione online, alla cui basevi sarebbe la natura stessa del cyber spazio, caratterizzato da:

– anonimità dissociativa: a differenza della comunicazione diretta, nel web le persone hanno l’opportunità di sperimentare una separazione e distinzione delle loro azioni online dal loro abituale stile di vita e dalla propria vera identità.

invisibilità: nel mondo virtuale le persone non possono vedersi l’un l’altra e ciò contribuisce ad aumentare l’effetto di disinibizione dando il coraggio agli utenti di esplorare luoghi o fare cose che altrimenti non farebbero.

– asincronia: nella comunicazione online manca spesso la sincronia comunicativa. Il non dover far fronte alla reazione istantanea dell’altra persona contribuisce all’effetto di disinibizione. Infatti, se l’utente non ha modo di vedere la reazione dell’interlocutore e di adattare la propria comunicazione, di conseguenza può essere portato a persistere nella strategia comunicativa in atto, anche e soprattutto nei casi in cui questa è lesiva.

– immaginazione dissociativa: l’opportunità data dal mondo online di dissociarsi, combinata alla possibilità di creare un proprio personaggio in parte (o totalmente) immaginario, amplifica l’effetto di disinibizione, poiché le persone consciamente o inconsciamente collocano questo personaggio in un altro spazio separato e distinto da quello della vita reale in cui le conseguenze delle proprie azioni sono concepite come meno intense e potenzialmente problematiche.

– minimizzazione dell’autorità: la mancanza di indizi non verbali riduce l’effetto di norme sociali. Gli utenti non sono portati a riconoscere l’autorità degli altri (di solito comunicata tramite indici sociali e non verbali, come la postura o l’abbigliamento) e di conseguenza non regolano il loro comportamento come farebbero se la conversazione si sviluppasse in contesto non mediato.

In conclusione, chi cade nel loro mirino cosa deve fare? “Don’t feed the haters!”

Nella maggior parte dei casi i comportamenti aggressivi e lesivi degli haters non vedono la luce al di fuori del contesto mediato da schermi e tastiere. Pertanto, una strategia può essere quella di non reagire alla provocazione poiché con loro non c’è alcuna possibilità di costruire un dialogo sano basato sullo scambio di opinioni costruttive e ogni tentativo di comunicazione lo manipoleranno in modo da risultare comunque vincitori. Ignorandoli, tendono ad annoiarsi e ad abbandonare il contesto online dove stanno cercando di creare confusione.
D’altro canto, la relazione predittiva e correlazionale individuata in letteratura tra questi comportamenti e i tratti di personalità antisociali mette in luce che, in alcuni rari casi, comportamenti insistenti di hating possono essere indice di intenzioni dannose, antisociali e fisicamente aggressive che rispecchiano personalità disturbate e inimicizie intense. Quindi, il loro comportamento riflette l’esistenza latente di reali problemi e rischi relazionali e la radice di questi è da ricercarsi nelle disposizioni caratteriali e morali dei singoli individui, sostanzialmente indipendente dall’utilizzo delle tecnologie.

Autore: Rosalba Avilia

Bibliografia

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  • Buckels, E. E., Trapnell, P. D., e Paulhus, D. L. (2014). Trolls just want to have fun. Personality and Individual Differences
  • David-Ferdon, C., e Hertz, M. F. (2007). Electronic Media, Violence, and Adolescents: An Emerging Public Health Problem. Journal of Adolescent Health
  • Hinduja, S., e Patchin, J. W. (2008). Cyberbullying: An Exploratory Analysis of Factors Related to Offending and Victimization. Deviant Behavior
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“Quanto ti senti indifeso quando ami qualcuno? Perchè?

S. Freud  citava: “Non siamo mai così privi di difese come nel momento in cui amiamo”.

Ecco che occorre chiederci perché ci sentiamo così fragili e indifesi quando amiamo qualcuno!

Per cercare di capirne le cause, facciamo un salto indietro nel nostro passato, analizzando le relazioni di attaccamento vissute nell’età infantile…

Dal punto di vista psicologico, cosa si intende per attaccamento?

La teoria dell’attaccamento nasce e si sviluppa in un contesto psicoanalitico a fine anni ’60 ad opera di John Bowlby, psicologo, medico e psicoanalista britannico (1907 –1990) il quale ha messo in luce la necessità dell’uomo, fin dalla nascita, del bisogno di vicinanza fisica al proprio caregiver.

L’attaccamento in sé viene quindi definito come un bisogno innato di ricercare per tutta la vita la vicinanza protettiva di figure di riferimento in momenti di difficoltà.  

Non tutte le relazioni umane, anche quando sono significative, sono relazioni di attaccamento. Affinchè si parli di attaccamento devono essere presenti tre condizioni: la ricerca della vicinanza, l’effetto base sicura (cioè l’atmosfera di benessere e sicurezza che il bambino avverte una volta stabilita la vicinanza fisica) e la protesta alla separazione, quando la prossimità diventa impossibile.

Bolwby con la sua affermazione :“l’attaccamento è parte integrante del comportamento umano dalla culla alla tomba”, si è opposto all’idea che i problemi delle persone scaturissero da conflitti interni derivati da fantasie inconsce ritenendo invece che i problemi nascessero nelle relazioni che si instauravano con persone reali. Secondo lo psicoanalista il formarsi di una coppia poggia sulle capacità del partner di confermare le rappresentazioni costruite su di sé e sugli altri fin dalla prima infanzia; egli usava il termine omeostasi rappresentativa per spiegare che ci si lega a qualcuno che non faccia vacillare il sistema di rappresentazioni così saldo in noi. Ciò sta a significare che l’uomo, giunto all’età adulta, organizza la propria vita affettiva in funzione dei passati legami di attaccamento, evidenziando il ruolo che le relazioni della prima infanzia possono avere nel predire il futuro successo di una relazione di coppia.

Purtroppo, morto nel 1990, non ha avuto la possibilità di vedere quanto il paradigma dell’attaccamento si è rivelato particolarmente utile a far luce sulle dinamiche delle relazioni amorose, così come a spiegare le ragioni delle difficoltà nel formare e mantenere legami soddisfacenti nelle relazioni adulte.

Hazan e Shaver (docenti di psicologia presso l’Università di Denver) a fine anni ’80, ispirandosi al modello bolwbiano, hanno portato dimostrazioni teoriche e prove empiriche per spiegare il collegamento tra attaccamento infantile e amore di coppia, dimostrando che gli esseri umani hanno necessità di sviluppare legami, connessioni emotive e relazioni di fiducia in cui sentirsi protetti nei momenti di vulnerabilità e in cui sentirsi sicuri nella propria autorealizzazione .

I legami di coppia adulti, dunque, manifestano, secondo modalità differenti, le caratteristiche dell’attaccamento infantile: assolvono fondamentalmente le stesse funzioni di base che esplicano in età evolutiva, ossia “il mantenimento della prossimità” e la relativa “protesta alla separazione”, la “base sicura” o il “rifugio sicuro” e si esprimono nelle relazioni affettivo/sentimentali caratterizzate da un impegno e da un coinvolgimento durevole; hanno pertanto le funzioni di garantire un senso di sicurezza e protezione, fornire una base sicura per sviluppare l’attività esplorativa, offrire conforto nei momenti di stress.

A differenza del legame tra bambino e caregiver, l’elemento caratteristico dell’attaccamento in età adulta è la reciprocità flessibile che sta ad indicare la possibilità di uno scambio complementare di protezione e sostegno emotivo. Fisher e Crandell lo definiscono attaccamento complesso per indicare la natura duale dell’attaccamento di coppia e la bidirezionalità della dipendenza reciproca che caratterizza le relazioni sentimentali tra adulti, sottolineando come ciascun partner agendo come figura d’attaccamento, dovrebbe tollerare l’ansia di essere dipendente dall’altro e anche di essere l’oggetto della dipendenza dell’altro.

I due psicologi hanno individuato, grazie ai loro studi, diversi stili di attaccamento di coppia:

  • Attaccamento di coppia sicuro: quando entrambe i partner si spostano liberamente da una posizione dipendente a quella di essere oggetto di dipendenza dell’altro, esprimendo apertamente il bisogno di conforto e contatto, come pure quello di accoglienza del contatto, segnalando un equilibrio dei due aspetti nell’individuo e nel sistema.
  • Attaccamento di coppia insicuro che si divide in
  • Attaccamento di coppia distanziante/distanziante in cui entrambe i partner negano i sentimenti di dipendenza e vulnerabilità;
  • Attaccamento di coppia preoccupato/preoccupato in cui i partner esprimono sentimenti costanti di deprivazione ed una convinzione reciproca che l’altro non potrà mai soddisfare il bisogno di conforto;
  • Attaccamento di coppia distanziante/preoccupato in cui il partner preoccupato si sente cronicamente deprivato ed abbandonato, mentre il partner distanziante appare infastidito dai bisogni di dipendenza dell’altro, conducendoli ad una dinamica del tipo inseguitore-distanziante spesso fioriera di relazioni di tipo altamente conflittuale. Questo è il matching che più frequentemente ricorre alla psicoterapia di coppia, il partner distanziante evita di essere dipendente e minimizza l’importanza del legame e il partner preoccupato, sentendosi cronicamente deprivato ed emotivamente abbandonato, esaspera l’importanza della prossimità psichica e la richiesta di rassicurazione sul piano degli affetti.
  • Attaccamento di coppia sicuro/insicuro: la presenza di un partner sicuro, grazie alla capacità di assumere sia le posizioni di dipendenza, sia di essere l’oggetto di dipendenza da parte dell’altro, potrebbe offrire un’esperienza emozionalmente correttiva al partner insicuro che, in questo modo, potrebbe riuscire comportarsi in modo più flessibile e bilanciato .

Analizzando quanto emerso dagli studi di Hazan e Shaver e da quelli di Fisher e Crandell si può ipotizzare che le relazioni adulte siano influenzate dall’incontro delle strategie di regolazione delle emozioni desunte dalla storia personale dei due partner e che particolare importanza debba essere data al modo in cui i modelli rappresentazionali dei partner si incastrano tra loro .

Un ulteriore punto di distinzione è lattrazione: l’amore di coppia è sempre accompagnato dall’attrazione sessuale. Agli inizi, l’attrazione reciproca e la passione sessuale sono requisiti fondamentali della soddisfazione, mentre alcuni anni più tardi diviene più importante la capacità del partner di offrire conforto e di prendersi cura dell’altro. L’attrazione reciproca e l’interesse sessuale possono dar luogo alla formazione delle coppie, ma se i partner non riescono a soddisfare reciprocamente il bisogno di conforto e di sicurezza subentrerà in loro un senso di insoddisfazione e i rapporti che dipendono completamente dalla componente sessuale tendono ad essere di breve durata. Tennov, Bolwby e la Ainsworth hanno ipotizzato l’esistenza di sistemi comportamentali distinti che comprendono il sistema di attaccamento ed il sistema che regola la prestazione di cure e quello che regola l’accoppiamento e la riproduzione: l’amore adulto comporterebbe l’integrazione di questi tre sistemi attraverso modalità legate alla storia di attaccamento degli individui .

Possiamo, al termine di questa breve disamina, giungere quindi alle seguenti conclusioni.

In età adulta, come fa qualsiasi bambino con il proprio caregiver, instauriamo con il nostro partner una relazione di attaccamento, basata sul  senso di sicurezza e protezione e inevitabilmente condizionata dalle esperienze infantili.

Sicuramente tutti i rapporti affettivi  si imbattono in fasi di crisi che spesso corrispondono ai mutamenti naturali  connessi con il ciclo di vita: il declino della fase di innamoramento ed il passaggio verso una dimensione più matura e stabilizzata del rapporto, la convivenza, la nascita dei figli, le trasformazioni personali e fisiche, l’eventuale cambiamento del ruolo lavorativo di uno o entrambi i partner, le esperienze di separazione e di perdita.  Quando si riscontrano condizioni di incertezza, attiviamo il nostro bisogno di attaccamento e accudimento dando voce alle nostre fragilità.  

Queste fasi di passaggio impattano sulla coppia ma  quanto più il rapporto è percepito come sicuro, tanto più è probabile che i coniugi siano capaci di attingere a diverse strategie di coping  potendo, quindi, superare le crisi e trarre elementi di crescita come individui e come coppia. I legami sicuri sono la nostra principale fonte di protezione ai sentimenti di impotenza.

Autore: Rosalba Avilia

Bibliografia

Ainsworth M,D.S.. Blehar M.C., Waters E. e Walls S., Patterns of attachment: A psychological study of the strange situauion, Lawrence Erlbaum Associates Publishers, Hilldale (N.J.), 1978.

Bowlby J., Attaccamento e perdita, Vol.1. L’attaccamento alla madre. Torino, Bolinghieri, 1969.

Borgioni, M. (2015). Dipendenza e contro-dipendenza affettiva. Roma: Alpes Italia.

Davis D., Shaver P.R., Vernon M.L., Attachment style and subjective motivations for sex. Personality and social Psychology Bulletin, 2004.

Fisher J.V., Crandell L.E., I modelli di relazione nella coppia, 2001. In: Clulow C., Attaccamento adulto e psicoterapia di coppia. Borla, Roma, 2003.

Hazan C. & Shaver P.R., Romantic love conceptualized as an attachment process. Journal of Personality and Social Psychology, 1987; 52: pag. 511-524 (trad. it: L’amore di coppia inteso come processo di attaccamento).

REEDY, M. N; BIRREN, J. E; SCHAIE, K. W , Age and Sex Differences in Satisfying Love Relationships across the Adult Life Span Author, SourceHuman Development Basel. 1981

Sternberg R. J., (1986). A triangular theory of love. Psychological Review, N° 93.

Tennov, D. (1979). Love and Limmerence: The Experience of Being in Love. New York: Stein and Day.

Zavattini G.C. e Santona A., La relazione di coppia. Borla, Roma, 2008.

Le pratiche genitoriali a varie latitudini

La cultura di una società è rappresentativa del modus vivendi e dell’insieme dei comportamenti sociali del suo aggregato, ivi compresi i criteri educativi adoperati per la crescita della prole; tanto premesso, quello che si potrebbe ritenere “normale” in una determinata cultura potrebbe essere interpretato in modo diverso o “anormale” da chi non appartiene a quel contesto: gruppi di occidentali possono considerare atti di abuso i riti di iniziazione cruenti come lcirconcisionela clitoridectomia, la scarificazione , così come pratiche da noi attuate possono essere altrettanto valutate alla stregua di abuso da altre compagini sociali. 

Lo sapevate che… 

Le donne hawaiane, per esempio, non credono possibile che le madri bianche mettano i loro bimbi in un letto separato e successivamente in una stanza lontana dalla propria, considerando detto comportamento senza mezzi termini un atto di trascuratezza!

Ed ancora… 

In Gran Bretagna, caratterizzata da secoli come coacervo di popoli e culture diverse che convivono a stretto contatto, si registrano sulle pagine della cronaca molteplici casi di presunti abusi sui bambini che, osservati con il giusto approccio antropologico, altro non sono che bizzarre pratiche tramandate dai loro antenati.  Notorio è il caso di una donna della tribù Yoruba della Nigeria arrestata a Londra con la condanna di abuso per aver lasciato degli sfregi sui volti dei figli maschi con conseguente apposizione di carbone pestato nelle lacerazioni dell’epidermide. Un antropologo, dopo l’attenta analisi della dinamica dell’accaduto, ebbe chiara cognizione che trattavasi se non altro di un tatuaggio tradizionale fatto per dare identità Yoruba ai suoi figli.

Allungando lo sguardo oltre l’Atlantico,… 

con notevole difficoltà si è arrivati a comprendere che i casi di emorragie alla retina registrati sui bambini messicani, insieme ad altri segnali sintomatici di probabili abusi, altro non erano che conseguenze di pratiche effettuate a scopo curativo poste in essere dai genitori nei casi di inappetenza, vomito e diarrea di cui spesso sono affetti i bambini; gli stessi venivano tenuti a testa in giù, con il capo immerso persino in acqua, ma il tutto avveniva solo ed esclusivamente, a dire dei genitori, per finalità terapeutiche.

Ed ancora nel resto del mondo….  

Passando alle metodologie di insegnamento adottate da popoli di continenti diversi, ritroviamo ad esempio gli Chagga, popolazione dell’Africa Australe, viventi in Tanzania, tra le possibili modalità di castigo, usano rinchiudere il bambino nella capanna per giorni senza cibo oppure spalmano sui loro volti escrementi dinanzi al pubblico. I Bena Bena, gruppo etno-linguistico degli altopiani del distretto di Njombe, in Tanzania centro-meridionale, raramente puniscono i bambini ma li sottopongono a crudeli pratiche di iniziazione che comprendono l’inserzione di canne taglienti nelle narici e nella gola per indurre vomito e sanguinamento rituale della lingua e dell’uretra. I fanciulli Gonja, dell’Africa occidentale, che si individuano territorialmente nel Nord del Ghana, vengono sistemati presso altre famiglie al momento di sottoporsi alle preparazioni necessarie per il passaggio all’età adulta, facendo sì che le frustrazioni connesse all’indulgenza dell’infanzia vengano delegate ad un altro nucleo familiare. 

Queste appena descritte sono tutte pratiche identificative e educative culturalmente accettate e non inflitte capricciosamente. 

Per ciò che concerne il lato puramente affettivo, nelle società occidentali è impensabile che il sentimento di amore dei genitori verso la prole si concentri su uno solo dei figli a discapito dei germani in quanto tale situazione provocherebbe, agli occhi anche di chi solo osserva detta disparità di trattamento, sentimenti di disapprovazione e sconcerto. A differenza di quanto accade nella nostra cultura, in altri continenti la communis opinio ritiene normale e accettabile che i genitori manifestino delle preferenze per un figlio rispetto agli altri, e analogamente che anche i bambini possano prediligere altri adulti ai propri genitori. Tra gli hawaiani esiste infatti la cosiddetta pratica “Hānai” (letteralmente vuol dire nutrire) e consiste in adozioni informali in cui si mantengono i legami con i genitori naturali considerata vantaggiosa per il bambino che viene inserito in una rete sociale più ampia; difatti la prole che resta con le famiglie naturali viene considerata svantaggiata e sottoposta a ulteriori cure a scopo compensativo.

Il fenomeno sopra descritto in qualche modo ha un nesso e un’attinenza con quello che accadeva ed accade tutt’ora soprattutto nelle comunità più ristrette in cui i bambini appartengono all’intera collettività ed hanno doveri di rispetto verso tutti gli adulti. Questi ultimi a loro volta hanno l’obbligo di occuparsi indistintamente del benessere e della educazione di tutti i minori dell’intera collettività. Trattasi del sistema del mutuo appoggio, ove un bambino può considerare tutti i maschi della generazione paterna come padre, tutte le donne come madre e tutti i bambini della sua età come fratello e sorella. Il fanciullo viene considerato a tutti gli effetti non solo figlio di chi lo mette biologicamente al mondo, ma, parte integrante della comunità. Allevarlo è un valore comunitario, è una responsabilità collettiva.

Il riferito sistema del mutuo appoggio si riscontra anche in dimensioni macroscopiche in Giappone ove si vedono frequentemente, sui mezzi di trasporto di Tokio, bambini di sei o sette anni che prendono la metro e si spostano tra i vagoni, da soli o in piccoli gruppi, per andare da casa a scuola, o viceversa, senza il controllo di un adulto. Detti bambini che girano da soli da un capo all’altro di una metropoli di venti milioni di abitanti non potrebbero altro che suscitare istintivamente ai nostri occhi un’atto di abbandono o di trascuratezza della prole. L’antropologo culturale Dwayne Dixon, dell’Università del North Carolina, ha analizzato nella sua tesi di dottorato questo fenomeno apparentemente anacronistico, rilevando che più che di autonomia e indipendenza, si tratta piuttosto di “dipendenza dal gruppo”. È un modo attraverso il quale i genitori insegnano alla loro prole che possono chiedere aiuto rivolgendosi a qualsiasi adulto della comunità. Secondo l’antropologo, ad affascinare e stupire gli occidentali in Giappone, però, non è tanto l’autonomia dei bambini e/o la fiducia dei genitori riposta nei figli, quanto piuttosto la fiducia che i genitori ripongono nella comunità intera, dove è evidente la cooperazione, pur se tacita e non richiesta. Ovviamente, una mamma non permetterebbe mai al suo bambino, in così tenera età, di prendere da solo la metropolitana né a New York, né a Londra, ma a Tokio sì!

Concludendo la breve disamina sopra riportata, è necessario non dimenticare che quando diverse culture vengono a contatto tra loro, l’atteggiamento corretto non è né di estremo relativismo, né di imposizione tassativa dei nostri standard considerati come i migliori in assoluto.

Per dare una definizione intraculturale di abuso è necessario considerare la devianza dalle norme intraculturali piuttosto che la gravità della lesione fisica, oltre che la percezione del bambino coinvolto.

Autore: Rosalba Avilia

Fonti: MARIOTTI CULLA L. & DE LEO G., Attendi al lupo. Pedofilia e vittime per progetti integrati di trattamento penitenziario. Il progetto europeo «For-W.O.L.F.» – ACCARDO P., WHITMAN B., Dizionario terminologico delle disabilità dello sviluppo  – RAUM O.F., Chaga Childhood: A Description of Indigenous Education in an East African Tribe – RON STATON ASSOCIATED PRESS, Native blood and custom clash. Some critics say the definition of Hawaiian should include the practice of “hanai” in “Star-Bulletin Honolulu”   – ALTERIO S., L’abuso infantile. Definizioni e linee d’intervento in Gran Bretagna – DIXON E.D., Endless Question: Youth Becomings and the Anti-Crisis of Kids in Global Japan, Department of Cultural Anthropology Duke University.

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